TWA 2015
Affettività, identità, informazione nell'era dei Social Media

Catalogo della mostra e testi critici

indice

#1 INTRO

#1 INTRO

#1 INTRO

#2 YELENA MILANESI

#3 ANTONELLA ZITO

#4 ERMINIO VANZAN

#5 ELISA CARUTTI

#6 ELEONORA ANDRONACO

#7 BARBARA PASTORINO

#1 INTRO

The Why of Art, identità, affettività e informazione nell’era dei social media, sesta edizione della mostra The Why of Art, ha come obbiettivo quello di riflettere ed approfondire, mediante l’arte, il ruolo che i social media rivestono nelle dinamiche personali ed interpersonali, di rispondere ad una domanda ineludibile nell’immediata contemporaneità: i nuovi media influiscono sul modo che ognuno ha di concepire se stesso e di relazionarsi all’altro? e ancora: in che modi e in che misura il social medium influisce su questa sfera dell’esistenza?

L’importanza di questi interrogativi ci ha spinto ad adottare un iter di lavoro per noi inedito, molto più strutturato ed impegnativo di quello seguito per le precedenti esposizioni. In seguito alla canonica selezione, via bando, dei protagonisti della mostra ed ai consueti incontri, gli artisti hanno avuto la possibilità di assistere a due conferenze in cui, guidati dal professor Petrosino e da Leonardo Previ, hanno, e noi con loro, approfondito le tematiche, confrontandosi con le implicazioni sociologiche ed antropologiche ad esse legate. Gli spunti dati in quella sede, lungi dall’omologare le opinioni sul fenomeno dei social media, hanno donato una maggior consapevolezza e in qualche misura imposto una riflessione profonda che sta alla base dei progetti elaborati e traspare da ogni singola opera. La tematizzazione della mostra lascia spazio, inoltre, alla ricerca che è alla base dell’intero progetto The Why of Art, quella di scoprire, opera dopo opera ed anno per anno, cosa stia alla base della necessità di produrre e fruire arte, esplorando le potenzialità gnoseologiche, esegetiche, ma anche sensoriali ed emozionali dell’immagine artistica.

#2 YELENA MILANESI
Vita come performance, performance come verità.

Il lavoro di Yelena Milanesi, fotografa e performer, poggia le sue fondamenta sulla coincidenza tra storia personale e storia artistica e sull’idea che la vita debba essere, in ogni suo istante, performativa. La performatività è per lei antitetica rispetto alla recitazione: mentre quando si recita si dissimula la propria essenza sovrapponendovi qualcosa di “altro”, insincero ed innaturale, la performance è mezzo di espressione profonda dell’io: un’espressione libera da vessazioni esterne e da condizionamenti sociali. Da sempre legata a tecniche di produzione digitale apprende però il valore dell’analogico dalla tradizione pittorica della madre.

Nella sua opera si fondono così i tasselli dell’identità poliforme dell’artista che riversa nell’immagine, sempre compositivamente accurata e di grande impatto estetico, gli interessi che hanno segnato la sua storia personale da cui scaturiscono sottese tensioni esistenziali.

Così gli studi di entomologia, che hanno preceduto la carriera artistica, e la fascinazione per il mondo degli insetti, vanno a combinarsi con una sanguinea carnalità dando vita ad immagini evocative in cui il nudo, spesso in torsione, diviene elemento compositivo, “pennellata sulla tela” la cui forza vitale sembra lottare con l’emocianina dell’insetto, che rende oscure e cianotiche le immagini. Nella serie di fotografie create per la mostra The Why of Art si trova grande coerenza con la volontà performativa e continuità con i lavori precedenti, continuità che riflette l’idea che identità ed affettività non siano modificate e snaturate dai nuovi media ma che, piuttosto, la sincerità e la finzione siano in qual modo connaturate ai rapporti: esistono da prima della nascita di questi mezzi di condivisione e perdureranno alla loro, ipotetica, estinzione.

Le dinamiche interne delle opere sono però modificate dall’introduzione di elementi tecnologici e sfondi che fanno diretto riferimento all’archeologia industriale: una modernità, in parte degradata ed abbandonata, che sembra, nel suo sfascio, riflettere i corpi lividi che compongono le figure in primo piano.

Quiescent Web
Stampa fotografica

Quiescent Web II
Stampa fotografica

Quiescent Web III
Stampa fotografica

#3 ANTONELLA ZITO
Selfie Syndrome

Antonella Zito, artista pugliese nata a Bari nell’89, sviluppa la propria ricerca artistica, che ha avuto esordio nel 2008, con l’uso della fotografia, dell’installazione e della video arte.

Il forte interesse per tematiche psicologiche, linea di continuità della sua produzione, segna con forza il progetto sviluppato per la mostra The Why of Art che prende il paradigmatico titolo di Selfie Syndrome, definibile come una “sindrome di auto-rappresentazione” la cui soglia sarebbero i sei autoscatti al giorno. L’opera è composta da una serie di dodici fotografie che ritraggono un ragazzo colto nel momento di scattarsi dei selfie, affiancano le fotografie altrettanti qrcode che rimandano all’autoscatto originale (aperto a like e commenti).

La volontà dell’artista sembra quella di porre una riflessione su quanto i social media, fornendo una piattaforma sempre attiva, una vetrina dove ognuno può mettere in mostra se stesso e la propria quotidianità, finiscano per modificare la quotidianità stessa ed il modo di rapportarsi con il sè.

Non più semplici mezzi ma veri e propri pensieri fissi che portano ad una perenne attenzione verso l’auto-rappresentazione finendo per modificare alle fondamenta il nostro modo di vivere, il nostro modo di vederci, e insidiando l’esistenza stessa di una sfera privata e, in certo modo solipsistica, per molti psicologi alla base della creazione e definizione della propria identità.

La distorsione percettiva di sé, a cui l’affetto da selfie syndrome è soggetto, prende corpo, nelle fotografie, nell’uso del fish eye, obbiettivo che deforma l’immagine.

Nelle foto appaiono inoltre richiami iconici ai principali social media, che concertazione dell’intrusività di questi media sul quotidiano; così l’uccellino cinguettante di Twitter rimpiazza il logo del detersivo nel momento della spesa ed il play di YouTube si sostituisce alla marca di patatine durante lo spuntino.

Il viaggio di M.
Colori acrilici e pigmenti su tela – 100 x 200 cm

Il viaggio di M.
Colori acrilici e pigmenti su tela – 100 x 200 cm

Il viaggio di M.
Colori acrilici e pigmenti su tela – 100 x 200 cm

#4 ERMINIO VANZAN
la prossemica degli affetti

Sin dalla gioventù Erminio Vanzan, si interessa alla fotografia, dapprima analogica su pellicola, e poi digitale. La sua passione esplode però qualche anno fa, in seguito ad un momento difficile che segna la sua esistenza modificando il suo modo di vedere il mondo e di imprimerlo sulla pellicola.

Da questo momento di svolta alla sua originaria fascinazione per l’architettura contemporanea, presente anche negli scatti giovanili, si viene a combinare un inedito interesse per l’elemento umano che abita e vive gli spazi urbani.

Allo stesso momento di rivoluzione creativa si può ascrivere l’introduzione del bianco e nero che porta la sua fotografia ad una dimensione più intimista ed insieme più votata alla composizione ed alla forma: l’architettura non è più solamente un luogo abitato, uno scenario, ma anche segno pregno di significato e linea compositiva.

Nel progetto sviluppato per la mostra The Why of Art, una serie di scatti in bianco e nero modificati ed affinati in post-produzione che ritraggono persone immerse in architetture contemporanee, si ritrova una predominanza dei temi dell’identità e dell’affettività entrambe trattati mediante l’attenzione compositiva e la scelta del momento in cui i soggetti esprimono il rapporto con gli altri, e con l’esterno: mediante la prossemica, il modo di occupare lo spazio e di interagire con esso e con gli altri. La prossemica diviene vero e proprio indice di queste interazioni, dei legami e delle solitudini del vivere contemporaneo ed urbano.

Il viaggio di M.
Colori acrilici e pigmenti su tela – 100 x 200 cm

Il viaggio di M.
Colori acrilici e pigmenti su tela – 100 x 200 cm

Il viaggio di M.
Colori acrilici e pigmenti su tela – 100 x 200 cm

#5 ELISA CARUTTI
Contemplazione e superamento dell’identità

Elisa Carutti è un’artista cresciuta in una famiglia fortemente legata all’arte e sin dall’infanzia attratta dalla rappresentazione, ed introdotta al disegno. Durante gli studi artistici in accademia, che la portano a conoscere svariate tecniche e ad adottare l’incisione su rame, inizia a concepire il disegno come una pratica contemplativa: l’arte diviene per lei il luogo del regime scopico e visivo. Da qui l’interesse per le modalità di visione e per la dimensione microscopica dell’esistente. L’uso del microscopio rivela infatti geometrie e forme nuove ed inusuali, estranee e celate alla vista, che divengono fonte di ispirazione e oggetto di contemplazione estetica.

Lontana dalle dinamiche social-mediatiche, per l’artista l’informazione, l’affettività e l’identità appartengano ad una sfera privata che, in quanto tale, non deve essere esibita e sbandierata. Se l’informazione nasce dall’esperienza diretta ed immediata dei fenomeni, e non dalle rifrazioni mediatiche, ancora più netta è l’idea che affetto ed identità debbano rimanere un fattore intimo ed in certa misura nascosto ad occhi estranei.

Questa netta divisione tra sfera pubblica e sfera privata si ritrova nel progetto sviluppato per la mostra The Why of Art, identità, affettività e informazione nell’era dei social media , dal titolo Riflesso di Giadeite; si tratta di un trittico di calcografie ispirate alla struttura microscopica della Giadeite, in cui l’emozionalità e la soggettività dell’artista vengono annullate dalla contemplazione dell’oggetto (vera protagonista dell’opera), e si lasciano scorgere appena nell’arbitrio compositivo e nella forza espressiva del segno, silenzioso custode dell’identità, generato dall’incontro fisico con la matrice metallica in rame.

Il viaggio di M.
Colori acrilici e pigmenti su tela – 100 x 200 cm

Il viaggio di M.
Colori acrilici e pigmenti su tela – 100 x 200 cm

Il viaggio di M.
Colori acrilici e pigmenti su tela – 100 x 200 cm

#6 ELEONORA ANDRONACO
Fra trasparenze e opacità

Nel suo lavoro Eleonora Andronaco comprende due istanze lontane come l’esperienze della manualità pittorica, per così dire tradizionale, e quella della sperimentazione di stampo contemporaneo, legata all’uso delle nuove tecniche ed all’attenzione per l’allestimento.

Entrambe i versanti artistici fanno infatti parte del suo modo di lavorare, che l’artista ha sviluppato con studi di design alla Nuova Accademia di Belle Arti e con una specializzazione in pittura in Brera.

L’opera, studiata per essere fruita al buio, si compone di tre lastre di plexiglass (metacrilato) disposte una davanti all’altra e illuminate a led dal basso; su ognuna delle lastre l’artista è però intervenuta manualmente con il disegno, lato più tradizionale dell’opera, trattando singolarmente le tematiche dell’identità, dell’affettività e dell’informazione. L’allestimento permette una visione trasversale che mescola e combina i singoli disegni in un’unica composizione policroma. In questo modo il dialogo tra tecniche vecchie e nuove rende possibile la rappresentazione della compenetrazione di significati: identità, affettività ed informazione, infatti, si mescolano ed intrecciano nelle nostre vite in un dialogo continuo.

La resa finale, in cui i tratti colorati appaiono fluttuanti e sospesi in aria, sembra ricalcare l’evanescenza data dai nuovi media in cui informazioni ed esternazioni affettive ed identitarie perdono la loro tangibilità e hanno spesso una durata risibile, subito travolte dal flusso continuo di altre informazioni ed esternazioni. Un moderno pantarei in cui il continuo scorrere elide il momento presente, subito soverchiato da un nuovo e più attuale presente.

I singoli disegni presentano inoltre interessanti rappresentazioni: l’informazione è vista come un annullamento delle distanze; l’identità sembra sdoppiarsi in reale e digitale, sdoppiamento connaturato al medium digitale; mentre l’affettività è icasticamente demandata alla corteccia celebrale ed alle zone in cui le moderne neuroscienze la collocano mediante l’osservazione dell’accendersi dei neuroni in relazione a stimoli sensoriali ed emozionali.

Il viaggio di M.
Colori acrilici e pigmenti su tela – 100 x 200 cm

Il viaggio di M.
Colori acrilici e pigmenti su tela – 100 x 200 cm

Il viaggio di M.
Colori acrilici e pigmenti su tela – 100 x 200 cm

#7 BARBARA PASTORINO
Come una città con le fondamenta nella sabbia

Barbara Pastorino è una pittrice di ambito milanese che, nei suoi oltre quindici anni di esperienza, si è confrontata con la paesaggistica e la pittura figurativa per giungere poi all’astratto di marca informale.

La sua pittura vive di una intensa liberta dai referenti esterni, e di forti tensioni sensibili ed emozionali che trovano il loro naturale linguaggio nelle scelte cromatiche e compositive. Nel progetto sviluppato per la mostra The Why of Art troviamo, in molte delle opere, l’uso del collage, tecnica da lei sperimentata in passato ma che definisce come “non abituale” nella propria arte.

L’inserimento di stampe, testuali e non, all’interno della sua pittura riflettono la necessità di introdurre in modo più esplicito e leggibile il riferimento al tema. L’uso del collage non risulta però meccanico e tantomeno didascalico grazie ad una spiccata attenzione per la composizione dell’immagine, con la quale la pittura e gli elementi estranei raggiungono un alto grado di simbiosi, collaborando sia ad un livello estetico che nella formazione del significato.

Il tema dell’identità, che si riflette immancabilmente sull’affettività poichè rapporto tra identità altère, domina alcune opere come Uno, nessuno, centomila. , che si prefigura come una riflessione, o un ammonimento, riguardo all’auto-rappresentazione come luogo di menzogna che rende l’identità migliorata e falsata. Questa idealizzazione non può che riflettersi sui rapporti di affettività in cui, presto o tardi, la maschera auto celebrativa finisce per cadere e mettere in luce la natura fittizia o magnificata di un rapporto, forse, puerile. Nella tela Babele troviamo invece una rappresentazione dell’informazione e degli effetti stranianti della sua moltiplicazione, legati inoltre ad un appiattimento che esclude l’autorialità e l’autorevolezza. Le plurime fonti e le infinite opinioni finiscono così per creare un vortice di pennellate in cui nulla ha più significato e da cui il destinatario rimane sommerso, senza possibilità di orientarsi e dare fede a nessuna delle tante informazioni.

L’artista presenta inoltre alcune incisioni sussurranti ed allusive, caratterizzate da un tratto leggero quasi fino all’intermittenza.

Il viaggio di M.
Colori acrilici e pigmenti su tela – 100 x 200 cm

Il viaggio di M.
Colori acrilici e pigmenti su tela – 100 x 200 cm

Il viaggio di M.
Colori acrilici e pigmenti su tela – 100 x 200 cm

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